Dolores sta male.
Non che sia una novità, ma spesso riesce a nascondersi dietro le altre e non la noto. Lo fa apposta di nascondersi. Ha affrontato così buona parte della sua vita. Celandosi dietro gli altri perché non si vedesse il suo dolore. Si illudeva che se gli altri non lo vedevano, poteva anche lei fingere che non esistesse.
Dolores non si chiama davvero così, ma si è fatta cambiare il nome appena arrivata al condominio, perché lei il dolore lo porta ovunque, anche nel nome.
Dolores ha un dolore che non si cura, non uccide, non si opera o si estirpa. Ma è cronico, costante, e se non si interviene in qualche modo, temo degenerativo. Il suo male nasce con lei. Il suo male è donna.
Solo quando nel condominio tutti dormono, solo in quei momenti nel bel mezzo della notte, quando tutto tace, se tendo l'orecchio, forse (e dico forse), riesco a sentirla singhiozzare.
"Il mio male non è virale ma è contagioso, o almeno temo. Nel dubbio, non rischio e mi isolo."
Dice così perché in realtà ha paura. Io la osservo soffocare dentro le parole, la vedo distogliere lo sguardo di fronte al mondo. La sua finestra ha sempre le tende tirate. Non sento rumori venire dalla sua stanza perché sempre riempita soltanto dalla musica classica. Evita il contatto fisico e non ascolta le conversazione nella sala della tv, all'ultimo piano. Se non ascolta non è costretta a partecipare. Mi domando cosa ci vada a fare nella sala tv, la sera, quando le altre litigano sul programma da guardare o discutono delle loro ultime avventure. Eppure partecipa alla vita del condominio, a modo suo.
Credo di non conoscere neanche la sua voce, fatta eccezione per quei rarissimi "scusa".
Scusa di cosa poi? Chiede scusa a caso. Sembra si scusi di esistere. Sembra si scusi di esserci.
Dolores serve alle altre, è una presenza importante nel condominio. Lo capisco perché la invitano sempre, non si scordano mai di lei. Fa parte del gruppo e le vogliono bene. Perché lo fanno però, non mi è chiaro. Il suo carattere autodistruttivo, egocentrico e masochistico è forse per loro una sorta di catarsi costante? Identificarsi nel suo dolore permette alle altre di vivere meglio? Eppure non che le altre facciano scelte migliori grazie alla sua presenza.
Un'ipotesi... Non è che per caso funge per loro da parafulmine emotivo? Assorbe il dolore che le azioni delle altre provocano? Lo fa suo, lo assimila, lo metabolizza. Forse se ne nutre.
So che la devo aiutare, perché ciò che la nutre allo stesso tempo la logora, e si consumerà, come una candela accesa e lasciata lì, fino a sparire in una nuvola di fumo appena percettibile. Ma non so come. E' fragile come un calice di cristallo eppure impenetrabile come una fortezza di pietra.
Le tenderò la mano, aspettando che lei la prenda. Dolores è nata per soffrire, ma non morirà soffrendo. O perlomeno non soffrendo da sola.
Pensieri sparsi, racconti quasi veri, racconti quasi inventati, sfoghi, impressioni, e tutto il resto.
giovedì 24 gennaio 2013
lunedì 5 novembre 2012
L'amministratrice
Allora,
non credevo ci fosse tanto spazio, ma evidentemente mi sbagliavo. Io tante personalità così non credevo di riuscire a contenerle. Ma dal momento che ci siete e sembrate aver trovato un vostro modo di coesistere, tra l'altro senza interpellarmi, ho deciso di impartire almeno alcune regole di condominio:
- Prima di tutto, ognuna di voi deve avere un nome, e il nome lo decido io;
- Si accettano nuove inquiline solo all'unanimità delle abitanti preesistenti;
- Quando una prende il sopravvento, le altre tacciono, o al massimo assecondano; non voglio confusione con due o tre che parlano contemporaneamente;
- Chi fa le zozzerie, dopo deve pulire;
- Non si fanno promesse;
- Le decisioni si prendono previa riunione di condominio, e si va alle votazioni, siamo in uno stato di democrazia, vince la maggioranza;
- Se qualcuna di voi è indagata, se ne deve andare;
- A nessuna, nemmeno la peggiore, è comunque consentito non rispettare leggi in vigore là fuori;
- La prima che manca di rispetto alle altre, è fuori;
- COMANDO IO.
Adesso che il regolamento è stato messo nero su bianco, potremmo iniziare con le presentazioni. Ad ogni riunione di condominio, una di voi avrà modo di presentarsi e parlare un po' di sé.
Per oggi accontentiamoci di non aver concluso la prima riunione di condominio con una rissa.
martedì 5 giugno 2012
Si ride per non morire.
Sono seduti in fondo. Sono in 3.
Mani da contadino, pantaloni tenuti su con la corda per legare i pioli della scala del pollaio, camicia "bòna", quella delle occasioni, berrettino rubato probabilmente al nipote appoggiato sulle gambe, perché in chiesa il cappello si toglie.
La loro maestria è degna di un gruppetto di ragazzini delle elementari, quelli dell'ultimo banco.
- "Parola del Signore"
E la platea all'unisono inizia la tiritera.
Nel brusio generale, dalla quasi totale immobilità, si scatenano improvvisamente in una fitta successione di battute, prese in giro, buffetti, risatine, occhiatacce e spintarelle. Il tutto dura pochi secondi. La platea si zittisce. Solo la voce amplificata del prete prosegue e rimbomba tra le volte di quella pieve romanica, e loro tornano allo stato di sentita mestizia iniziale.
Altra parte corale, che dura sì e no 2 secondi, e la scena si ripete riprendendo esattamente da dove l'avevano interrotta. Sono sorpresa della loro capacità di non perdere il filo, anche passati alcuni minuti. Hanno una memoria di ferro.
Ad un certo punto si sfiora il disastro. Uno di loro si scompone e trattiene a stento una risata. Gli altri due, neanche si fossero messi d'accordo, coprono il tutto con un coretto di colpi di tosse, rantoli e schiocchi di lingua.
Si alzano quando si devono alzare, si siedono quando si devono sedere.
- "Scambiatevi un segno di pace"
Ecco, si girano, si guardano, si danno la mano. E uno di loro invece di dire "Pace":
- "Vieni al campo dopo, che te la do io la pace".
E i sorrisini beffardi si sprecano.
La comunione non la fanno, ci mancherebbe, commentano le signore in fila, loro.
Di lì a poco, finisce il rito e sono i primi ad uscire.
Al corteo funebre non c'erano...chissà dove erano andati.
Mani da contadino, pantaloni tenuti su con la corda per legare i pioli della scala del pollaio, camicia "bòna", quella delle occasioni, berrettino rubato probabilmente al nipote appoggiato sulle gambe, perché in chiesa il cappello si toglie.
La loro maestria è degna di un gruppetto di ragazzini delle elementari, quelli dell'ultimo banco.
- "Parola del Signore"
E la platea all'unisono inizia la tiritera.
Nel brusio generale, dalla quasi totale immobilità, si scatenano improvvisamente in una fitta successione di battute, prese in giro, buffetti, risatine, occhiatacce e spintarelle. Il tutto dura pochi secondi. La platea si zittisce. Solo la voce amplificata del prete prosegue e rimbomba tra le volte di quella pieve romanica, e loro tornano allo stato di sentita mestizia iniziale.
Altra parte corale, che dura sì e no 2 secondi, e la scena si ripete riprendendo esattamente da dove l'avevano interrotta. Sono sorpresa della loro capacità di non perdere il filo, anche passati alcuni minuti. Hanno una memoria di ferro.
Ad un certo punto si sfiora il disastro. Uno di loro si scompone e trattiene a stento una risata. Gli altri due, neanche si fossero messi d'accordo, coprono il tutto con un coretto di colpi di tosse, rantoli e schiocchi di lingua.
Si alzano quando si devono alzare, si siedono quando si devono sedere.
- "Scambiatevi un segno di pace"
Ecco, si girano, si guardano, si danno la mano. E uno di loro invece di dire "Pace":
- "Vieni al campo dopo, che te la do io la pace".
E i sorrisini beffardi si sprecano.
La comunione non la fanno, ci mancherebbe, commentano le signore in fila, loro.
Di lì a poco, finisce il rito e sono i primi ad uscire.
Al corteo funebre non c'erano...chissà dove erano andati.
martedì 15 maggio 2012
Mai dire buongiorno
Mi sveglio.
E' suonata la sveglia almeno 5 volte. Anche lo snooze si è stancato di ripetersi ormai.
Quindi inevitabilmente apro gli occhi.
Il primo pensiero: sono già in ritardo.
Il secondo pensiero: tra poco sarò in ufficio e verrò travolta dalla valanga di cose da fare, finirò nel vortice di eventi per venirne risputata fuori tutta masticata come un vecchio chewing-gum (quindi indurita e completamente priva di sapore) solo a tarda serata.
Più di due pensieri consecutivi poi non riesco a farli, e il corpo prende il sopravvento con i suoi bisogni primari. Mi alzo e passo da un piacevole e comodo letto, alla ciambella del cesso. Il passaggio è traumatico.
Espletate le funzioni corporee primarie (la numero e la numero 2), infilo sotto la doccia bollente nel tentativo di liquefarmi (vedi post di un po' di tempo fa). Ed ecco l'altra delusione: non succede MAI. E quindi sono costretta ad uscire dal box, vestirmi, truccarmi. Rendermi presentabile.
E vi garantisco che è un'operazione ogni giorno più umiliante. Quanto era bello il tempo in cui il mio volto giovane non aveva bisogno di niente, era illuminato di luce propria. Oggi con il make-up devo star attenta a mettere dei punti luce dove c'è da valorizzare, e creare zone d'ombra dove c'è da nascondere. Non ho un viso, ho un monolocale male arredato.
E tutto questo con ancora in testa, costante leit motiv di questi momenti, il secondo pensiero fatto appena sveglia.
Sono lontani i tempi in cui mi svegliavo con la voglia di fare (fare cosa, a voi la libera interpretazione). Anche perché di solito mi svegliavo tardi, di buon umore, e se ero stata brava la sera prima, nel letto c'era anche di che renderlo migliore.
Tutto questo per dirvi: buongiorno un cazzo. Ecco.
E' suonata la sveglia almeno 5 volte. Anche lo snooze si è stancato di ripetersi ormai.
Quindi inevitabilmente apro gli occhi.
Il primo pensiero: sono già in ritardo.
Il secondo pensiero: tra poco sarò in ufficio e verrò travolta dalla valanga di cose da fare, finirò nel vortice di eventi per venirne risputata fuori tutta masticata come un vecchio chewing-gum (quindi indurita e completamente priva di sapore) solo a tarda serata.
Più di due pensieri consecutivi poi non riesco a farli, e il corpo prende il sopravvento con i suoi bisogni primari. Mi alzo e passo da un piacevole e comodo letto, alla ciambella del cesso. Il passaggio è traumatico.
Espletate le funzioni corporee primarie (la numero e la numero 2), infilo sotto la doccia bollente nel tentativo di liquefarmi (vedi post di un po' di tempo fa). Ed ecco l'altra delusione: non succede MAI. E quindi sono costretta ad uscire dal box, vestirmi, truccarmi. Rendermi presentabile.
E vi garantisco che è un'operazione ogni giorno più umiliante. Quanto era bello il tempo in cui il mio volto giovane non aveva bisogno di niente, era illuminato di luce propria. Oggi con il make-up devo star attenta a mettere dei punti luce dove c'è da valorizzare, e creare zone d'ombra dove c'è da nascondere. Non ho un viso, ho un monolocale male arredato.
E tutto questo con ancora in testa, costante leit motiv di questi momenti, il secondo pensiero fatto appena sveglia.
Sono lontani i tempi in cui mi svegliavo con la voglia di fare (fare cosa, a voi la libera interpretazione). Anche perché di solito mi svegliavo tardi, di buon umore, e se ero stata brava la sera prima, nel letto c'era anche di che renderlo migliore.
Tutto questo per dirvi: buongiorno un cazzo. Ecco.
venerdì 11 maggio 2012
Abbastanza non è abbastanza per me
![]() |
| La piccola me |
E' il peso che non mi toglierò mai. La mia zavorra.
Sono sempre stata (o non stata) abbastanza.
Da piccola ero abbastanza carina, ma non ero una di quelle bimbette che riempiresti di baci.
Un po' più cresciutella, prima dello sviluppo, ero abbastanza un maschiaccio, ma non abbastanza per giocare a calcio con i maschi, e quando smisero di fare la squadra mista (maschi e femmine) fui costretta a smettere.
Poi arrivò la pubertà, lo sviluppo, ed ero abbastanza brutta. No, non è vero, forse quello è stato l'unico momento in cui ero pienamente qualcosa. Orribile. Se non fosse stato per gli anni di apparecchi per i denti, oggi non avrei questo volto.
A scuola non ero abbastanza attenta, abbastanza impegnata. Però ero abbastanza brava nelle lingue straniere, e abbastanza intelligente da poter sperare in un buon impiego. Scrivevo abbastanza bene tanto da vincere un premio di poesia. Ma non abbastanza da crederci troppo.
Ballerina dall'età di sei anni, ero abbastanza talentuosa. Se mi spaccavo la schiena e ingoiavo quantità infinite di rospi, forse, e dico forse, potevo aspirare a fare la ballerina di fila.
Ho dato il sangue, altro che sudore. Ho dato sangue, tendini e cartilagini, ore ed ore ogni giorno in sala prove, per vedermi sempre passare avanti ad entrare in compagnia (la compagnia di danza della quale la mia insegnante era coreografa e fondatrice, e alla quale aspiravo, facendo anche da "panchina" quando necessario) ragazze più talentuose, o più leccaculo.
All'università ero abbastanza brava, quasi molto, ma non abbastanza da farmi sponsorizzare per quel master in Francia...
Adesso ho una vita abbastanza soddisfacente, abbastanza carina, abbastanza buona. Un lavoro abbastanza buono.
Ecco. E mi sono anche abbastanza rotta le palle.
venerdì 27 aprile 2012
Non crederci troppo
Né alle persone, né alle loro parole.
Quanti abbagli presi.
Cosa comportano gli abbagli?
Comportano rimanere accecati per qualche secondo. Secondi spesso fatali, secondi nei quali lo schianto contro il muro diventa inevitabile.
E non mi venite a dire che è caratteristica femminile non saper guidare.Che qui gli schianti sono metaforici.
Certo è che, da quando hanno inventato l'iphone, stare al cellulare è quasi più rischioso per gli schianti metaforici che per quelli fisici.
Così ho coperto il mio cuore con un bel guscio Meliconi. E se prima soffrivo, ora rimbalzo.
Il dolore è minimo, ma rimanere attaccati a qualcuno è quasi impossibile.
O forse mi illudo. Tutto questo avviene solo nella mia fantasia. E soffro.
(e di gente che è riuscita ad infiltrarsi dentro il guscio Meliconi, per fortuna, ce n'è)
Quanti abbagli presi.
Cosa comportano gli abbagli?
Comportano rimanere accecati per qualche secondo. Secondi spesso fatali, secondi nei quali lo schianto contro il muro diventa inevitabile.
E non mi venite a dire che è caratteristica femminile non saper guidare.Che qui gli schianti sono metaforici.
Certo è che, da quando hanno inventato l'iphone, stare al cellulare è quasi più rischioso per gli schianti metaforici che per quelli fisici.
Così ho coperto il mio cuore con un bel guscio Meliconi. E se prima soffrivo, ora rimbalzo.
Il dolore è minimo, ma rimanere attaccati a qualcuno è quasi impossibile.
O forse mi illudo. Tutto questo avviene solo nella mia fantasia. E soffro.
(e di gente che è riuscita ad infiltrarsi dentro il guscio Meliconi, per fortuna, ce n'è)
venerdì 20 aprile 2012
Troppi interessi.
La musica.
Il cinema.
I libri.
I fumetti.
L'arte.
La tv.
Le serie tv.
Il vino.
La birra.
Il tè.
I buoni ristoranti.
Le amicizie.
I viaggi.
Il sesso.
La depilazione definitiva.
I sogni.
E solo per dirne un po'.
Ecco "la lista della lavandaia", senza ordine di importanza o di tempo dedicato.
La frustrazione di non approfondire nessuno di questi interessi è enorme. L'idea di abbandonarne alcuni è lacerante.
Sono la tipica persona che sa un po' di tutto, e non sa niente per bene.
Fustigatemi. Rinchiudetemi nella torre più alta. Inventate un girone dantesco solo per me (sì, il mio ego si spinge a tanto).
Avere molte personalità all'interno di un solo corpo, ed ognuna di loro ben distinte, non rende la cosa più facile. Ma di questo...magari...ne riparliamo. Ok?
Il cinema.
I libri.
I fumetti.
L'arte.
La tv.
Le serie tv.
Il vino.
La birra.
Il tè.
I buoni ristoranti.
Le amicizie.
I viaggi.
Il sesso.
La depilazione definitiva.
I sogni.
E solo per dirne un po'.
Ecco "la lista della lavandaia", senza ordine di importanza o di tempo dedicato.
La frustrazione di non approfondire nessuno di questi interessi è enorme. L'idea di abbandonarne alcuni è lacerante.
Sono la tipica persona che sa un po' di tutto, e non sa niente per bene.
Fustigatemi. Rinchiudetemi nella torre più alta. Inventate un girone dantesco solo per me (sì, il mio ego si spinge a tanto).
Avere molte personalità all'interno di un solo corpo, ed ognuna di loro ben distinte, non rende la cosa più facile. Ma di questo...magari...ne riparliamo. Ok?
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